POESIA PER UN DISPACCIO DELL’ANSA
“A loro conviene che noi a N* stiamo scamazzati,
che se noi non stiamo scamazzati
loro non stanno ricchi”
(Giuseppe, lavapiatti, 18 anni)
– 17 giugno 08.34 N*: due morti in agguato.
Agguato camorristico a Melito, in provincia di N*. –
E tanto basta.
Che tanto le parole che possono fare?
I proiettili attraversano i buchi delle “o” e delle “a” e di tutte le vocali
gli altri caratteri li perforano
la parola “camorra”, che ora è più trendy chiamare “Sistema”
le “o” della parola “morto” come le orbite di un cranio
Le parole hanno altro cui pensare
il canone letterario europeo
gli errori nelle tracce della maturità
No
Le parole possono farti pensare
possono tirarti gli occhi a guardare oltre
il muretto di due righi
del dispaccio dell’ANSA
E allora io, che sono solo un foglio che gocciola su un muro
metto lo sgambetto al tuo sguardo
perché oggi questo muro è N* e puzza di immondizia e salsedine
e tu sei uno dei tanti abitanti di N*
e puzzi di immondizia e di salsedine
Io metto lo sgambetto al tuo sguardo che scorre veloce
non preoccuparti dei graffi e della polvere che già li azzanna
guarda oltre il muretto:
dietro quei due morti
non lo vedi il mostro? ma come,
non riconosci il completo perfettamente stirato
e il fuoristrada luccicante come l’occhio d’una serpe?
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
le parole aiutano a fuggire, a non vedere le dita del mostro che ci scorrono vicino
beh, io te le indico, non preoccuparti dei graffi delle sue unghie:
e allora lo vedi il cemento che si riversa nelle periferie
e stranamente ha il rumore delle valigette piene di contante
puoi immaginare che “Casalese”1 non è il nome di un formaggio
la vedi la lunga autostrada, ficca le pupille nell’asfalto;
è sottile, vero? puoi immaginare cosa significa un “subappalto”
e prova a mettere la testa nelle tue nike “che ho pagato pure poco”
come uno struzzo metropolitano, lo vedi un paese lontano e sudato
e il porto di N* e una raffica di kalashnikov
Al modico prezzo di due morti e quattro graffi
hai intravisto il mostro
le nuove regole della ricchezza
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
che parole ingenue:
100 miliardi di euro/anno2,
questo è il temine giusto.
Un morto ammazzato ogni due giorni e mezzo negli ultimi vent’anni
il costo degli investimenti.
Io sono un foglio sbagliato, ci vorrebbe un modulo di bilancio
con entrate e uscite dettagliate
un foglio excel
con tanto di intestazione: “Azienda Licciardi, Azienda Di Lauro, Azienda Nuvoletta3”…
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
Ingenui.
Imprenditoria. Esportare lo stile italiano all’estero.
Mettere in circolo capitali liquidi e freschi come ruscelli della portata del Rio delle Amazzoni.
Contatti con tutto il mondo, dollari pronunciati in cinese spagnolo napoletano lombardo.
Soffiare cocaina sull’Europa come zucchero a velo sul pan di spagna,
abbattuto il costo di eroina e giocattolini elettronici.
Diffondere felicità.
Un morto ammazzato ogni due giorni e mezzo negli ultimi vent’anni
il costo degli investimenti.
Le parole sgambettano, non rialzarti ancora
perché come mai conosciamo tutte delle tette di Paris Hilton
non sappiamo nulla del faccione senza senso di Paolo Di Lauro4
dell’inguine grasso di Pietro Nocera5
che ingoiavano capitali e caricatori quasi fossero pistacchi
e poi gettavano le scorze
mentre tutti disegnavamo punti interrogativi sulla maschera di Provenzano
Ma a noi piace immaginarlo con la mascella buona di Marlon Brando, il mostro
le magliette col Padrino tirano come quelle del Che,
piace vederlo cattivo e lucido come “Il Camorrista”6
in cui si nascondevano coltelli a serramanico nel buco del culo
E invece forse lo stai indossando, il mostro
o ti sibila nelle orecchie,
quel cellulare e quel lettore mp3 d’occasione, “che tanto rubano tutti”
legge le stesse pagine dei giornali su cui ti soffermi tu
quelle della finanza, quelle dove si affastellano i valori dei titoli come le setole di una scopa
“Camorra”, “Mafia”, “Sistema”, “Morto”
Poveri ingenui.
Homo oeconomicus, ecco il termine giusto
pensiero e mano del profitto
Ora alzati, leccati quei quattro graffi
che puzzano d’immondizia e christian dior
ormai quella puzza ce l’hai nel sangue
contagiato da queste parole
di un foglio che gocciola da un muro di N*
ora non puoi dirti mai più pulito
hai dentro le N* di tutto il mondo
col loro reticolo di strade e maledizione
con la loro voglia di risorgere sommersa dai funerali di Mario Merola e Maradona
con la loro gente bene che “lo Stato ci ha lasciato soli”
hai dentro la ragnatela di denaro e morte che avvolge i continenti
hai intravisto il ragno, ti sorride
Ora hai solo una speranza di sopravvivere:
conoscerlo
e cercare una cura.
Tutto a causa di due righe dell’ANSA.
Le parole sono pericolose.
1 Appartenente al clan camorristico operante nella provincia di Caserta (Casal di Principe) con ramificazioni nazionali ed internazionali.
2 Dato dichiarato da P. Vigna, ex procuratore nazionale Antimafia.
3 Nome di alcune delle principali famiglie dell’attuale Sistema.
4 Detto Ciruzzo o' milionario, boss del clan camorristico operante nei quartieri napoletani di Secondigliano, Scampia, Miano, Marianella, Piscinola, nei comuni di Casavatore, Melito, Arzano, Villaricca e Mugnano e a L'Aquila, protagonista della sanguinosa Faida di Scampia, in cui alcuni suoi fedelissimi (gli Scissionisti) gli si ribellarono contro (2004).
5 “Manager” del clan dei Nuvoletta, leader nel controllo del racket e del narcotraffico.
6 Film del 1986 di G. Tornatore, sulla figura di Raffaele Cutolo.
Fonti e Mari:
– R. Saviano, Gomorra, Mondatori, 2006
– M. Scanni – R. H. Oliva, ’O sistema (libro + film), Rizzoli, 2006
– Napoli vita morte miracoli (film), regia di M. Parissone – R. Burchielli, 2007
– G. Bocca, Napoli siamo noi, Feltrinelli, 2006
– Relazione semestrale DIA, secondo semestre 2004
– www.osistema.org

Milano - Viale Tibaldi
IO, COSA
Mi accorgo di rimanere
solo pensiero
chiamarmi immobilità.
Nemmeno il ricordo maturo
della televisione spenta
affogata nei succhi
che ondeggiano sul letto,
nemmeno il ronzio dei bip, che giustifica
qualche forma di religione famigliare:
la sensazione di costituire
il nero del notturno
è insensata
poiché niente
può intimamente sentirla.
L'unico ricordo che non ho,
ma che concepisco,
è l'attesa
che l'eternità ricominci
dal buio marino del brusio.
Nessuno spazio nell'attorno:
non si conserva il tratto di una cornice,
non l'angosciosa metafora della gabbia circolare
tolto l'anello,
non avvolge che il niente
la corona di spine
nè delimita la tradizione del tramonto
l'efficacia del grido che si perde tra le croci
senza verità di stampa
o leggendaria epica tramandata.
Soltanto
sto
senza sapere di essere
senza soffiare, irrompere nel profumo
resinoso di pini e pescherecci riverniciati,
sto inchiodato sull'epoca tarda
dei personaggi da sfondo,
comparse necessarie ai kolossal mitologici
oppure grani spigolosi di sabbia
quando le ragazze si fanno liquide
e sorridenti, salate e più luminose e invadenti.
Altre scolaresche nessuno le ha vedute
vicino al bordo della fotografia,
nell'oltre in ombra reclamano
la rovinosa attitudine dei ricordi
alla scomparsa,
e inchiodano i piccioni al granoturco
e gli sguardi stanno
senza rivolgerli
(e staremmo noi in transito perduto,
lo sfondo di altri turisti in posa
che forse ci sogneranno
quando ormai nella propria dimenticanza).
Abbracciati e accosciati
propongono di rimanere
in Piazza San Marco in un anno pari:
il campanile s'intravede tra gli zaini
ed i volti anneriti
dalla luce contro l'obiettivo
sorridono sistemando le corna
e le orecchie di coniglio.


DELL’AFRICA E DI ALTRI LUOGHI IMMAGINARI
Incontro tra un Ewe e un Baluba di Voghera
Nota: questo reading prende spunto da alcuni episodi narrati da Kossi Komla-Ebri in Imbarazzismi (Ed. Dell’Arco-Marna, lo trovate dai ragazzi che vendono libri per strada, sì, quelli che ci ingegniamo ogni giorno ad evitare o a salutare in fretta e furia): è un libretto prezioso che consigliamo come un’aspirina, visto che di mal di testa in giro ce n’è davvero tanto.
Personaggi:
NARRATRICE, con una camicia di un qualche colore vivace;
SILVIO, trasandato con molta cura, abiti larghi ma evitare una stilizzazione tipo “rapper”;
ENSEMBLE MUSICALE: variabile, due strumenti di cui uno a fiato (contrabbasso + flauto traverso?)
Entra
NARRATRICE (Ha una voce liscia ed esplicativa da documentario sugli animali, alla lunga suona un po’ molesta e falsa: deve trasmettere una visione “culturalizzata” e libresca dell’Africa, dove naturalmente non è mai stata, anche se lo vorrebbe “più di ogni altra cosa al mondo”.
Musica: sottofondo leggero e sincopato)
Buonasera. Quella che vorrei raccontarvi oggi è semplicemente la giornata di un ragazzo: ha 21 anni, è nato a Voghera, studia con discreti risultati Scienze Politiche in un’università del Nord Italia, gioca a calcio, ala destra. Tutto normale. (Nel mentre entra Silvio, lento e sospettoso, quasi furtivo;
La sua giornata è stata caratterizzata da un breve tragitto in treno e da una vecchia 500 lire. (Silvio tira fuori una moneta da una tasca del jeans e la mostra con espressione sospettosa al pubblico) Attraverso questi due pezzi di quotidianità, oggi Silvio, di origini Ewe, è entrato in contatto con un nuova cultura: quella dei Baluba. (Pausa, gli strumenti si bloccano)
SILVIO (Ha un linguaggio rozzo e “giovanilista”, pieno di inflessioni gergali e con un forte accento lombardo; si accompagna con ricca gestualità e mimica, ma senza esagerare.
Musica: abbastanza disordinata e convulsa, con spruzzi di dissonanze e rumori)
No, dico, sul treno mi si siede di fronte un tipo, vecchio-cravatta-giacca-rinco, e comincia a farmi:
– Ehi, tu, da dove venire? Africa? – (Silvio imita i gesti dell’interlocutore, esasperandoli)
Io per un po’ non lo cago, mi fanno troppo incazzare quelli che mi parlano così. Ma lui continua, e io alzo il volume al lettore mp3, ma la sua voce impregna le cuffie: – Capisci l’italiano? Da dove venire tuoi genitori? –
Cerco di trattenermi, di essere cortese, faccio di sì con la testa e rispondo: – Togo –
Lui per un attimo sta in silenzio, pare smarrito, poi mi fa: – Ah, ho capito, Togo si dire in tuo dialetto. Qua in Italia no, “togo” sono biscotti, mangiare, qui tuo paese si chiama Congo. Capisci? C-O-N-G-O… –
(Breve pausa, stop anche la musica) Allora, cioè, scusate, io sbotto: (gridando, musica in crescendo) – Sì nonno, vengo dal Congo, dallo Zaire, dal paese dei Watussi che preferisci, ma per dio lasciami in pace! –
Lui si alza, fa l’offeso e mi lancia dietro un – Ma va’ a da’ via i pé, baluba! –
Io chiaramente ribatto: – Baluba 't sarè ti, gnuränt! – (Pausa, stop musica)
NARRATRICE (Tono asettico da programma Discovery, rivolta al pubblico; musica che vira ironicamente sul classico)
Il Togo è un paese francofono indipendente dell’Africa Occidentale, è vasto 57.000 km2, ha più di 6 milioni di abitanti e 40 diverse etnie. (Si avvicina a Silvio) Se questa è l’Africa, (fra i denti) Silvio, per favore, fatti Africa (Silvio si arrabatta con le braccia a “dar forma” all’Africa), il Togo è qui, il Congo qui (la narratrice indica i punti approssimativi su Silvio-Africa). Li separano più di
Il Togo non è il Congo in italiano. Ha una cultura esplosa in decine di tradizioni diverse e innumerevoli contaminazioni, dove i griot raccontano storie di cacciatori colorati (sempre più eccitata, cresce anche la musica), dove gli uomini per cercare di avvicinarsi al cielo e mungere le nuvole hanno inventato i trampoli; è un paese pieno di savana della mente, dove durante la il rituale di circoncisione si balla l’habyè e si mangiano serpenti vivi… (Stop brusco e chiassoso della musica)
SILVIO (Impassibile; musica di sottofondo leggera e sincopata)
Che schifo. A me piace la musica ska e la dance-non-troppo-acid-non-troppo-house e mentre ballo mi lecco le dita impaciugate di fonzies. I trampoli li ho visti solo al circo da bambino, sotto i pagliacci, che mi stavano pure un po’ sul culo. E pö (diretto contro
NARRATRICE (In leggero imbarazzo, cerca di riprendere in mano la situazione)
È evidente lo scontro interiore di Silvio con le sue ancestrali radici Ewe… Ma torniamo alla sua giornata “particolare”: nel pomeriggio, al supermercato, un nuovo incontro con i Baluba.
SILVIO (Sempre con aria scettica nei confronti della Narratrice; la musica si fa di nuovo disordinata e rumorosa, ma emerge lentamente dal silenzio, in crescendo)
Si, beh, diciamo che ero andato a fare la spesa, e sai i carrelli, be’ quelli del supermercato dove vado di solito ci devi mettere ancora le 500 lire per prenderli; che poi non sembra, ma la 500 lire è diventata preziosa, se la perdi è come se perdessi la chiave del carrello, sembra la chiave di un’auto d’epoca. Comunque, nel parcheggio, mentre porto il carrello a posto, un’altra mezza rinco-canuta-e-obesa da lontano mi fa: – Ehi, bel negrettino, vuoi guadagnarti 500 lire? – (Brevissima pausa)
Io le consiglio educatamente dove può mettersi le sue 500 lire del piffero e le rispondo con un noto segno totemico. (Mostra il dito medio)
Lei ovviamente mi risponde a tono: – Va’ da’ via ‘l cü, baluba! –, e io le faccio specchio: – Baluba ‘t sarè ti, luca! – (Pausa brusca)
NARRATRICE (dosare bene i silenzi dopo le invettive di Silvio, cercare di non apparire troppo prolissa)
I Baluba sono un popolo Bantu dell’Africa Centrale, tra il fiume Kasai e il lago Tanganica, (a denti stretti)(Silvio “fa” l’Africa,
(Va al centro della scena; voce e musica cercano di creare un’atmosfera quasi magica)
Il loro dio, Kabezya-Mpungu, dopo aver creato il mondo crea gli uomini, che in origine non hanno un cuore. Quindi mette in equilibrio nel cielo
– Non voglio che occhio umano mi sfiori,
ritorno in me stesso e agli uomini mando Mutima –
Questo dice Kabezya-Mpungu e si dissolve
ed ecco apparire Mutima,
si dondola in un vasetto grosso come un pugno.
Piange Mutima, e chiede al Sole, alla Luna e al Buio,
chiede alla Pioggia e alle Foglie aggrappate ai rami:
– Dov’è Kabezya-Mpungu, nostro padre? –
– Nostro padre è andato via, non sappiamo dove, né perché –
– O ma io voglio vederlo! – si dispera Mutima
e palpita e si riempie di sangue
– Devo vederlo e devo parlargli…
Dal momento che non posso trovarlo
mi nasconderò nel petto dell’uomo
e lo aspetterò di generazione in generazione –
Da allora gli uomini hanno un cuore nel petto, Mutima, mandato da Kabezya-Mpungu, che aspetta il suo ritorno.[1]
(Pausa, si dirada l’atmosfera “magica”;
Ora dimmi, Silvio, ti pare che chi ti ha dato del Baluba e quelli cui tu hai dato del Baluba avessero una cultura cosi delicata e raffinata?
SILVIO (Attimi di esitazione)
Beh, no, direi proprio di no. In realtà non ce l’ho neanch’io, una cultura così. Sono ateo-anarchico-anticlericale, (grida alzando i pugni in segno di protesta) Stop war Stop Bush! Il resto delle cose che hai detto, i lusaka… le mnemocose… Mutima… boh, non ci ho capito nulla. Per me “baluba” è sempre stato un insulto, tipo “stronzo!” o “cuión!”, tutto qui. Come la fai difficile tu.
NARRATRICE (Si rivolge direttamente al pubblico, aria saccente da psicologo televisivo)
Silvio ha un corpo e un sangue africano, ma non sa nulla dell’Africa. Ha l’ignoranza di un ragazzo italiano e la rozzezza di un cinquantenne di Voghera. Silvio rappresenta bene la nostra amata e odiata società multiculturale. (Verso Silvio) Ma dicci, Silvio, qual è la tua più grande preoccupazione, oggi?
SILVIO (Breve monologo “incazzato” e concitato, molto espressivo; musica fortemente ritmata e dissonante, in crescendo)
Beh, sai… Quelle stronze delle amiche della mia ragazza, che si arrovellano nei suoi pensieri, sempre incuriosite dal nostro mix cosmopolita… non sanno decidere se io e lei insieme abbiamo la dolcezza del caffellatte o solo il colore scazzato del fango. Tutte persone emancipate, ci mancherebbe, nessun razzista, non sia mai; ma il fatto di avere addosso questa tuta da sub innata, incastrata nella pelle, ti rende automaticamente il cittadino di un qualche posto lontano, qui solo in visita o in fuga da qualcosa, o qui semplicemente per sbaglio. E allora io sono uno studentello di Voghera e mangio merda come tutti in mense e pub, ma non appena qualcuno della cricca della mia ragazza mi vede comincia la trafila: – Da dove viene? Parla italiano? Lavora? Ma cosa mangia? – e poi lo strazio: – Ma vi sposerete? Chissà come verranno fuori i vostri figli… quanti problemi di “identità” dovranno affrontare… – (Breve pausa)
Stronze. Ecco, la mia sola preoccupazione per il futuro è questa: vorrei che un mio figlio, un domani, si sentisse dire (si avvicina lentamente alla Narratrice con tono via via più minaccioso, la musica lo segue, lei si ritrae spaventata):
– Negro! – (chiasso strumentale)
– Nero! – (chiasso)
– Uomo di colore! – (chiasso)
– Uomo colorato! – (chiasso)
(Si ricompone; quasi dolce) Non m’importante come cacchio lo chiameranno, ma che gli chiedano – Come va? –, e che glielo chiedano con sincerità, e con un po’ di gentilezza, come dovremmo chiedercelo tutti, ogni tanto.
[1] Liberamente tratto da C. Einstein, Afrikanische Märchen und Legenden, 1925 (versione inglese del mito di C. e W. Leslau in African Folk Tales, 1963).
questa notte, Notte Bianca a Pavia (quella laconica)
tra le tante, mostro di poesie d'amuro nei cortili del Municipio dalle ore 18
reading musicale dalle ore 22 a cura di NoiseArt
patecipano il gruppoH5N1 e Ivan




La Terrazza
Dall’alto
la città
grandiosa ed inutile
in coda agli autolavaggi
a gettone:
odorano le strade
quando piove
diluite nei campi di grano
e nuvole luminose la notte,
le case coagulate,
le edicole chiuse.
nessuno ascolterà
i tuoi passi di silicone
ed il vento tra le narici.
Sparami semi di arancio
nel sonno:
tra un mese vedremo i germogli,
le vene incrostate di radici.
sulla città
e brucerà di arancione.
La Città Innamorata
Una città innamorata ha serrande rosso fuoco,
cieli che lampeggiano e istanti di vuoto,
le piazze intontite di luce,
le altalene a pendolo come clessidre.
La città è continua nel tempo
un seme che ripete se stesso,
che apre le gambe ad uno stadio rissoso:
l’ovazione del gol e un palazzo che cade.
Che cosa occorre ad una città innamorata?
Qualche lamentela sull’ultimo taglio di lingua,
le edicole riaperte per ferirsi le dita
affilando un foglio di scandali,
le monete del resto precise.
La città si ripara da estati di tormento
corrompendo i novanta soli dell’una
con ghiaccioli azzurrini:
non potranno concimare sudore le tette
e nel dubbio se ombre o basalti
si riparerà la zanzariera bucata
per proibire alle stelle il salotto.
I gatti si straziano fino ad un filo
di voce, si azzuffano gomitoli di gatto:
non l’avrai mai questa luna sui tetti
nè la città innamorata con serrande di fuoco.
La città è continua nel tempo
e ride se non l’ascolti, ti osserva
mentre tendi l’orecchio
e gli occhi
socchiusi guardano in alto.
Non l’avrai
mai senza allontanarti
o sprofondare nelle parole
vecchie dei caffè,
dentro ai tubi
gommosi delle pompe di benzina:
per possederla occorre mirare alla luna
oppure diventare semaforo, lampione, abbaio,
striscia pedonale.
gruppoH5N1 - Pavia

Scricchiola sui vetri come unghie
l’insonnia animale infame
sospira in gole altrui
in rubinetti bucati
Basta una mentina
un piccolo neo bianco
la stanchezza ti scroscia addosso
dolce e densa
gli occhi smettono di blaterare
la bocca sorride sfiatando
l’ultimo nero secondo
del giorno chiassoso
La pillolina si scioglie nei nervi
ma non sta buona
scorazza sciamando tra le sinapsi
non ha alcuna voglia di annoiarsi
Si impadronisce dei sogni
sprofonda le mani
nell’accozzaglia cling clang
di ricordi e speranze e carne
costruisce mostri furiosi
ti affanni nelle loro viscere
le lenzuola si impregnano
di sudore e sperma
mentre nel sogno è sangue e sole morto primaverile
E tu lo sai che è
solo un incubo
ma pugni contorti
di un albero scorticano
nocche e tempie
Alle 7.30 il giorno sta ancora sbadigliando
restano due pugnali conficcati in testa
un letto devastato e indolenzito
Ho dormito
incubi tremendi
ma ho dormito
Intanto una pasticchetta sul comodino
si impolvera di luce
un piccolo neo bianco
gruppoH5N1 - Pavia
Enrico Bacciardi
commento musicale a cura di
Elvis Ghibello (contrabbasso)
materiali video a cura di
Davide Bonaldo
Alice Podavini
(su schermo nero)
“La città ideale è quella su cui aleggia un pulviscolo di scrittura che non si sedimenta nè si calcifica.
Sui muri, forse, la scrittura ritrova il posto che è insostituibilmente suo, quando rinuncia a farsi strumento di arroganza e di sopraffazione: un brusìo cui occorre tendere l’orecchio con attenzione e pazienza fino a poter distiguere il suono raro e sommesso d’una parola che almeno per un momento è vera.”
(Italo Calvino – “La città scritta: epigrafi e graffiti” in “Collezione di Sabbia”, 1974)
2. Mi svegliai una mattina ed ero di cemento. Sopra di me camminava uno scarafaggio. Che schifo. Feci per allontanarlo, ma muoversi rappresentava una notevole difficoltà. Anche bere il caffè che mi portò mia moglie si dimostrò una divertente impresa. Mi ritrovai a desiderare non le dita, non l’ugola, ma uno stencil a forma di uomo. Mia moglie mi disse, confusa: dentro di noi i muri si chiamano ventricoli, pleure, peritonei, fasce muscolari, vene, uteri morbidi. Il nostro sangue non conosce la via del labirinto e ne muore impazzito. Sapete, mia moglie è un medico. Le chiesi di star zitta e di farmi lo stencil, prima che qualche disgraziato in preda agli ormoni e al disagio m’incatramasse addosso una poesia. La mattina seguente mi accorsi con disappunto che ero rimasto di cemento.
3. Il muro si prende tutti i proiettili che non colpiscono il condannato a morte. Aveva vissuto quel muro, lui, ed il suo affresco antico, fin dalla prima infanzia. Da bambino lo sorpassava sulla destra correndo e se lo lasciava alle spalle; all'ora di cena se lo ritrovava sulla sinistra. Diede il primo bacio, davanti al muro, mentre gli antichi volti dipinti lo scrutavano senza severità. Anni dopo barcollò ubriaco numerose volte, nella notte, e spesso finì a pisciare proprio contro il muro, ma sempre guardandosi bene dall'insozzare la parte ancora visibile dell'affresco. Quando arrivò l'esercito, e lui si trovò dalla parte sbagliata, lo portarono a morire guardacaso esattamente davanti al muro. Provò a spiegare che no, non avrebbero dovuto ammazzarlo lì davanti; che l'ammazzassero pure come un cane, diceva ma che non colpissero anche il muro e l'affresco! Gli risposero spaccandogli denti e mandibole col calcio del fucile. Poi lo afferrarono. Il gruaduato ordinò secco di caricare, puntare, fuoco!; lui si lanciò contro i proiettili pregando di fermarli tutti col corpo. A me, pensava, colpitemi pure, ma per Dio!, lasciate stare il mio muro!
4. Il paradiso è micidiale, mi hanno detto. Soltanto, è essenziale poter morire giovani, altrimenti si viene sistemati per sempre in case di eterno riposo e dopo qualche milione di anni nessun cruciverba risulterebbe più insoluto. Il paradiso non ha muri che separano vecchi guardoni e liceali leucemiche: le ragazze che fanno l’amore al piano di sopra le vedi nell’aria che si puntellano sui gomiti appoggiate ad un mucchietto di vento. Esamini i loro corpi da prospettive terrestramente impensabili e vergognose. I muri e le ragazze del paradiso sono superfici tutte solchi e bugnati, protuberanze e fessure pruriginose che svolazzano, odorando del sudore di bambine. Sulla terra non è così per tutti i muri nè per tutte le ragazze. La mia ragazza è una liscissima e gelata lastra di marmo bianco, e io mi ci schianto senza successo, ogni notte. Per i vecchi, poi, è ugualmente dramma: ospizi, primiere, settimane enigmistiche. Il mio vicino di casa, il signor Rovati, non potrà mai alzare lo sguardo dal suo lavabo e osservare ragazze che danzano insieme alle nuvole. Proprio no. Al più, riesce a spiare una vicina da dietro le veneziane. Oppure si fa gli occhi appuntiti e cattura con lo sguardo bambine che giocano contro un muro. Talvolta, appoggia l’orecchio alla parete per ascoltare i sospiri di una studentessa di lettere. Non voglio riposare per l’eternità, voglio morire giovane e fare l’amore danzando sopra le nuvole.
6. I muri sfidano l’immaginazione e la morbosa curiosità dei vecchi, degli adolescenti, dei poeti e degli architetti. “Bello, potente, alto… ma cosa ci sarà dietro?” “Colorato, sinuoso, poetico… sì, ma cosa ci sarà dietro?”. L’immaginazione e la curiosità si dimostrano davvero povere, a volte. La vera domanda che val la pena porsi è: “Cosa c’è dentro ai muri?”. Cosa ne giustifica lo spessore? I tunnel in cui serpeggiano fili in cui serpeggiano elettroni. I forami immensi dei mattoni in cui uno scarafaggio consuma l’orrore del suo pasto di spazzatura. Oltretutto, chi ci dice che l’interno dei muri sia buio? Magari le barre d’acciaio del cemento armato luccicano come occhi felini, in certe notti particolarmente ispirate. Ogni muro può essere un potenziale cimitero: i muri più resistenti sono quelli che contengono femori o ricordi di zanne. Ma non bisogna essere per forza tetri: magari i muri sono semplicemente vuoti, e fanno da cassa di risonanza ai respiri e ai miagolii che popolano la notte. Per ascoltarli sotto la coltre chiassosa del giorno, si necessita di un orecchio sensibile e affinato. Un muro completamente pieno di luce può essere a tutti gli effetti considerato un vetro, ma qui ci addentriamo in discorsi spirituali di livello forse troppo elevato. Alla fine, lasciatemi solo la convinzione che nel tufo mastodontico di una chiesa romanica si distendano i prati di Shangri-la.